Dal 1° gennaio 1981,
data di istituzione dell'Ufficio Stampa di Palazzo Zanca, è stata scelta la strada del servizio a ciclo completo, per rispondere con una propria struttura alle esigenze informative di tutta la "macchina" comunale.

 

Il successo di questo sistema si basa sul coinvolgimento dell'ufficio stampa per dare risposte adeguate alle esigenze ed agli obiettivi di comunicazione dei servizi comunali, dell'Amministrazione e del Consiglio comunale.

 

Stampa e relazioni esterne è un servizio di supporto alla struttura, nell'affrontare i problemi della comunicazione, il che significa anche migliorare il rapporto tra l'amministrazione ed i cittadini, a vantaggio della qualità dei servizi erogati.

 

Affrontare una tale responsabilità significa poter conoscere con notevole anticipo gli "obiettivi" da cui far discendere adeguate ricerche; una pianificazione dei mezzi, una creatività incisiva e funzionale, sono verifiche indispensabili per un miglioramento del flusso informativo.

 

Giornalmente viene così raggiunto un target di oltre 100 giornalisti in sede locale, più testate nazionali e regionali, a seconda dell'interesse che riveste la notizia.

 

L'Ufficio Stampa provvede a controllare le notizie riguardanti la città di Messina che appaiono sulla stampa quotidiana e periodica e provvede alle rettifiche di quelle che risultassero distorte, false e comunque atte a ledere il prestigio della città e della civica Amministrazione.

 
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CHIESA DI GESU' E MARIA DEL BUON VIAGGIO

 

La chiesa è comunemente detta anche “del Ringo” dal nome dell'antica contrada in cui sorge, il toponimo Ringo, infatti, deriva dal francese “haranguer”, mettersi in riga. Nella contrada anticamente si mettevano in riga i cavalieri medievali per poi andare a giostrare nel vicino quartiere di Giostra; ma Ringo è anche il nome del borgo di pescatori che si affidavano prima di andare in mare ai buoni auspici divini; si narra infatti che le due statue di Gesù e Maria, erette ai lati del portale, reggevano un tempo delle lampade ad olio, che servivano anche da riferimento alle barche di pescatori. Fu eretta tra la fine del XVI secolo e gli inizi del XVII sotto l’arcivescovado di Don Francisco Velerdes de la Cuenca. La chiesa è inserita in una cortina muraria lungo l’asse stradale del viale della Libertà, sul fronte a mare ed era affiancata da un oratorio, fondato dal cavaliere e sacerdote messinese Lorenzo Abate.

A pianta rettangolare ha un unico accesso rialzato dalla quota stradale mediante una doppia rampa realizzata con gradini in marmo rosso di S. Marco e balaustra in ferro. Il portone d’ingresso presenta ai lati delle doppie paraste con capitelli compositi ed è sormontato da un’architrave decorato con motivi floreali ed elementi figurati. All’interno la chiesa, a navata unica, ha una pavimentazione in marmo bianco e grigio interrotto dalle botole delle cripte; l’altare maggiore in marmo policromo è in stile neoclassico ed è sovrastato da una grande tela raffigurante il Trionfo della croce tra Gesù e Maria, inserita all’interno di una pregevole cornice lignea con motivi floreali. Lateralmente a sinistra vi è un altro altare, al di sopra del quale è collocato, all’interno di una pregevole cornice in stucco preziosamente decorata con motivi floreali, una grande tela del XVI secolo di Giovanni Simone Comandè, raffigurante la Madonna del Buon Viaggio. Sulla destra sopra un analogo altare in marmi mischi è posta una grande tela centinata raffigurante la Madonna del Rosario, tra S. Caterina e S. Domenico, circondata dai medaglioni che illustrano i quindici misteri. Il sacro edificio, pesantemente danneggiato dai terremoti del 1783, venne riadattato e, in parte, modificato nel prospetto con un primo intervento di restauro. Lo stesso, quasi illeso dal sisma del 1908, fu invece notevolmente colpito dai bombardamenti del 1943, a seguito dei quali il campanile subì gravi danni e l’edificio venne chiuso al culto perché pericolante. Nei primi anni ’50 la Chiesa fu restituita ai fedeli in modo discontinuo, solo per poche occasioni, e chiusa nel 1957 per restauri molto invasivi che hanno distrutto gran parte degli stucchi; un ultimo intervento di restauro alla fine degli anni ’80 alterò definitivamente la finitura cromatica del prospetto. Si rese così necessario un ulteriore intervento di restauro eseguito nel 2009.

 

 


CHIESA SAN GIOVANNI DI MALTA

 

Le origini della chiesa risalgono al 535 d.C., quando San Benedetto da Norcia mandò a Messina il giovane monaco Placido per costruire il primo monastero Benedettino in Sicilia con una chiesetta annessa, dedicata a San Giovanni Battista. La scelta cadde su Placido, perché era il figlio di una nobile messinese di nome Faustina, proprietaria del terreno, chiamato anticamente contrada uliveto, dove venne edificato il monastero. L’esempio delle virtù di questo giovane e la fama della sua predicazione entusiasmò l’animo di tanti suoi coetanei e presto si ebbe una comunità benedettina di 30 monaci. Sei anni dopo la costruzione, vi furono due episodi che determinarono la storia della chiesa e la vita stessa di Placido, l’arrivo da Roma dei fratelli Eutichio, Vittorino, Flavia, e il contemporaneo sbarco ad Acqualadrone di una flotta di pirati saraceni guidati da Mamuca. I pirati devastarono e saccheggiarono tutto quello che incontrarono nel loro cammino, sino a giungere alla chiesetta edificata da Placido, che si trovava appena fuori dalle mura fortificate della città. Il martirio di Placido e Compagni suscitò in città grande devozione, la chiesa fu ricostruita pronta, qualche anno dopo, ad ospitare una nuova comunità di monaci benedettini.

Essa sorge su un basamento in pietra seminascosto dall’innalzamento del manto stradale, con due grossi pilastri angolari in pietra, un corpo centrale con balcone e 8 nicchie distribuite ai lati del balcone centrale, che fanno risplendere la massa architettonica. Interamente ricostruita nel 1588 e successivamente dopo il sisma del 1908, nel 1925 la chiesa venne riaperta al culto ma del suo originario splendore resta ben poco. L’elemento più importante della chiesa di S. Giovanni di Malta è l' imponente mole della Tribuna, opera cinquecentesca di Jacopo del Duca. II nome si deve all'annesso palazzo del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta (purtroppo non più esistente) che avevano qui la loro sede dal 1136, con una chiesetta, e che qui posero la residenza del Gran Maestro, quando furono scacciati da Rodi nel XVI secolo. Nella chiesa si trovano le reliquie dei martiri Placido, Eutichio, Vittorio e Flavia, e sempre all'interno c'è la tomba di Francesco Maurolico (1494 - 1575), il più grande figlio di Messina insieme ad Antonello. Il nuovo Piano regolatore destinò parte del convento al costruendo palazzo della Prefettura riducendo, così, il sacro edificio ad una piccola parte, corrispondente all’abside della chiesa. Una scala interna conduce al piccolo Museo, che contiene il sacello dei Martiri  Placido e i fratelli Entichio, Vittorino e Flavia che subirono il martirio nel 541 ad opera del pirata Mamuka, e ad altre sale in cui sono conservati documenti e testimonianze della storia della chiesa.

 


TEMPIO DI SAN FRANCESCO D'ASSISI

 

La chiesa di San Francesco d’Assisi è una delle più antiche costruzioni religiose della città di Messina risalente al 1254. Anticamente sorgeva sulla riva destra del torrente Boccetta, oggi coperto dalla sede stradale dell’omonimo viale, terreno che ai tempi era di proprietà dei Frati Minori. Grazie alle generose donazioni di tre nobildonne messinesi, iniziò la costruzione del tempio, che doveva risultare il secondo per grandezza dopo il Duomo. Papa Alessandro VI benedì la prima pietra inviandola in città dando così inizio all’edificazione di una struttura imponente, ma allo stesso tempo semplice ed essenziale, dedicata a San Francesco d’Assisi. La chiesa subì diversi danni durante il terremoto del 1783 e successivamente un violento incendio nel 1884 distrusse le decorazioni, le tombe di personaggi illustri, tra i quali Federico IV d’Aragona e la madre Elisabetta, e le opere pittoriche che arricchirono gli interni nel corso dei secoli. I lavori di restauro ne ripristinarono le linee originali, ma la chiesa di San Francesco d’Assisi doveva ancora fare i conti col disastroso sisma del 1908 che risparmiò solo le absidi. La progettazione della ricostruzione fu affidata all’ingegnere Antonino Marino negli anni ’20.

Oggi il sacro edificio si presenta nella sua grandiosità con linee semplici che rispettano quelle originarie. La struttura esterna è caratterizzata dalle imponenti absidi medievali e dal rosone e dai due portali recuperati dalle macerie. L’interno è a pianta basilicale ad unica navata con soffitto ligneo. Una statua d’argento dell’Immacolata del XVII secolo è ancora conservata in una delle cappelle che si trovano ai lati. La chiesa è infatti conosciuta dai messinesi anche sotto il nome dell’Immacolata, particolarmente venerata in città.

 


SACRARIO CRISTO RE

 

Si tratta di uno dei monumenti più importanti della città di Messina che testimonia l’eroismo di tanti concittadini caduti in guerra per la gloria della Patria. Il Sacrario o Santuario di Cristo Re, che sorge sul viale Principe Umberto su di un’altura panoramica a circa 60 metri sul livello del mare, venne concepito dal progettista, Francesco Barbaro, in stile neobarocco, come sepolcro monumentale dei Caduti. Il tempio venne costruito sul luogo in cui si trovava l’antico castello di Rocca Guelfonia o Matagriffone che, nel 1191, ospitò Riccardo “Cuor di Leone” con i suoi uomini, diretti in Terrasanta durante la III Crociata. L’inaugurazione avvenne nel 1937 e nella cripta vi è il Sacrario ai Caduti. Accanto alla Chiesa si erge la superstite torre ottagonale dell’antico castello risalente al 1100 che nel 1254 fu la prigione di Carlo II D’Angiò detto lo “zoppo”.

Nel 1935, sulla sua cima venne collocata una campana di 130 quintali, tra le più grandi d’Italia, fusa con il bronzo dei cannoni sottratti ai nemici durante la Prima Guerra Mondiale. Il santuario è a pianta centrica, sormontato da una cupola segnata da otto costoloni, alla base dei quali, sulla cornice, sono collocate altrettante statue bronzee modellate dallo scultore romano, Teofilo Raggio, e fuse dalla Fonderia Artistica Fiorentina, raffiguranti le virtù cardinali e teologali. Sulla scalinata d’ingresso, è posta la statua di Cristo Re opera dello scultore Tore Edmondo Calabrò. All’interno il tempio è composto dalla chiesa inferiore e superiore. Nella prima, sono custoditi i resti di 110 caduti della prima guerra mondiale e di 1288 caduti della seconda guerra mondiale, di cui 161 rimasti ignoti, in gran parte morti nel 1943 nei combattimenti per la difesa dell’isola. In una lapide, inoltre, sono ricordati i 21 marinai caduti nella battaglia navale di Punta Stilo il 9 luglio 1940. Nel 1838 fu adibito a carcere ed ospitò i detenuti che risiedevano nel vecchio sito che doveva servire per la costruzione del teatro S. Elisabetta (oggi Vittorio Emanuele). Con il terremoto del 1908 della fortezza rimangono la torre poligonale, restaurata dopo il disastro, con l’iscrizione del XV secolo e resti imponenti delle mura insieme all’ingresso cinquecentesco della fortezza, ancora oggi visibile in via delle Carceri, che si presenta come un portale monumentale a bugne sormontato da un mascherone.

 


MONASTERO MONTEVERGINE

 

Prima del 1908 la via dei Monasteri, oggi via XXIV Maggio, dove sorge il Santuario di Montevergine, era una delle più importanti arterie urbane. Nel periodo greco-bizantino era infatti denominata “dromo”, ossia corso per eccellenza, per la fascia di monasteri che la adornavano, formando un alto scenario per chi veniva dal mare. Il monastero e la chiesa di Montevergine sorsero per volontà di Eustochia Smeralda Calafato che nel 1464 per far rivivere lo spirito di vera povertà voluto da Chiara d’Assisi e che nei secoli era stato mitigato, fondò il monastero. Folle di devoti  si affidano alla Sua intercessione per ottenere le grazie ed il suo corpo è ancora incorrotto e conservato nel Monastero. Montevergine di Messina. L’11 giugno del 1988 fu canonizzata a Messina, da Papa Giovanni Paolo II, in presenza dell’Episcopato Siciliano. E' un vero tesoro spirituale posto nell’Arcidiocesi di Messina Lipari e S. Lucia del Mela e costituisce l’unico monastero di clausura nel territorio diocesano.

La Chiesa, ad unica navata, era abbellita con tarsie marmoree e grandi affreschi del soffitto di Letterio Paladino, il portale tardo cinquecentesco è da attribuire agli architetti Maffei (vicentini) che largamente operarono a Messina e nella Sicilia orientale. Nel tesoro sono conservati argenti assai pregevoli, tra cui anche un ricco ostensorio del Seicento, realizzato dal messinese Sebastiano Juvarra. La “basilica nuova”, costruita dopo il terremoto del 1908, è stata eretta dall'architetto romano Florestano di Fausto a partire dal 1952 e fu aperta al culto nel giorno dell'ascensione del 1961. Oggi, è un edificio in stile romanico modernizzato, a tre navate. Nella sua semplicità e purezza di linee architettoniche è un vero monumento di fede e di arte. In fondo alla navata centrale, sotto il tiburio, si apre l'ampio Presbiterio, fiancheggiato in alto da due matronei e dal maestoso organo. Sotto, il semplice e moderno coro in legno di noce e radica di olivo. Addossato alla parete di fondo si innalza il monumentale Trono dove è collocata la taumaturga immagine della Madonna. È una bellissima pittura, su due tavoloni di pino, della fine del sec. XIII, una delle più belle immagini di Madonne italiche. L'opera è comunemente attribuita a Montano d'Arezzo, pittore della corte angioina. Il Trono si compone di marmi pregiati policromi, antichi e moderni, e di statue e bassorilievi di bronzo, su uno sfondo di mosaico monocromo, opera di J. Hainal.

 


MONTE DI PIETA'

 

Il Palazzo del Monte di Pietà è un edificio risalente al XVIII secolo fondato dall’Arciconfraternita degli Azzurri e costruito su progetto dell’architetto gesuita messinese Natale Masuccio. Dell'incarico a Masuccio, stabilitosi in vecchiaia a Messina, rimane una sola traccia documentale di mano dell'architetto gesuita, relativa alla fornitura di pietra dall'isola d Rodi. L’incarico fu quello di pensare a dei locali da fare sorgere nell’aria antistante la chiesa di Santa Maria della Pietà, eretta dagli stessi Azzurri sulle rovine della precedente chiesa di San Basilio. Alla morte del progettista risultava costruito il solo piano terreno caratterizzato da portale e cantonali a bugne rustiche riferibili al manierismo toscano.

Il livello superiore fu completato dopo la sua morte da altri progettisti che non rispettarono il progetto originario. Gravemente danneggiato dal terremoto del 1908 fu restaurato nuovamente nel 1979, ed oggi è utilizzato per manifestazioni culturali, spettacoli e mostre, soprattutto il cortile e la scalea. Sito sulla vecchia via dei Monasteri oggi via XXIV Maggio, si presenta con il  portale d’ingresso con sopra una lapide marmorea con la scritta Monte di Pietà ed un balcone in stile barocco. Lateralmente delle finestre con timpano alternate a nicchie completano la facciata. Un ampio atrio con soffitto a volte caratterizza i locali interni che sfociano in un grande cortile in lieve pendenza che sale fino alla scenografica scalinata, costruita nel 1741 su disegno dell’architetto Antonino Basile, che conduce al sagrato della chiesa di Santa Maria della Pietà anch’essa risalente al XVIII secolo. Nel primo ripiano della scalinata, in posizione centrale, si trova la fontana marmorea dell’Abbondanza opera del messinese Ignazio Buceti. 

 


GALLERIA ''VITTORIO EMANUELE''

 

Nella circolare piazza Antonello, allineata con altri prospetti architettonici curvi, sorge la Galleria Vittorio Emanuele III progettata da Camillo Pugliesi Allegra e realizzata tra il 1924 e il 1929. Unica nel suo genere nel Meridione insieme alla Galleria Umberto I di Napoli, alle decorazioni lavorarono gli scultori Antonio Bonfiglio ed Ettore Lovetti, i quali si ispirarono insieme a Puglisi Allegra al Settecento siciliano. Esempio di quello stile liberty considerato eclettico, tipico nella città ricostruita dopo il terremoto del 1908, la Galleria è delimitata da grandi edifici pubblici che si affacciano sulla circolare piazza, il palazzo delle Poste e Telegrafi, opera di Vittorio Mariani, il palazzo della Provincia di Alessandro Giunta, e il palazzo del Municipio, opera dell'architetto Antonio Zancle. L'opera fu finanziata dalla Società Generale Elettrica della Sicilia per dare adeguata sede ai propri uffici e creare un importante polo residenziale e commerciale nel cuore della città, in pieno centro storico e fu inaugurata il 13 agosto1929, contemporaneamente al Duomo ricostruito. All’interno si articola in tre bracci confluenti, al centro, in un esagono chiuso da una volta a cupola vetrata e con tre ingressi. Tutte le volte a botte hanno dei lucernai a vetri colorati, mentre il pavimento è realizzato con tesserine a mosaico. Il portico centrale, che dà sulla piazza Antonello, ha un monumentale arco segnalato da robuste paraste e da un fastigio sopraelevato, che costituisce l’ingresso principale della Galleria.

 


SANTUARIO DI MONTALTO

 

Sito in posizione preminente sul colle della Caperrina, definito il "Campidoglio di Messina" per il movimento rivoluzionario del 1282 che vide il popolo messinese impegnato contro l’assedio degli angioini durante i Vespri Siciliani, è dedicato alla Madonna delle Vittorie, per la sua apparizione in difesa dei messinesi assediati dai Francesi nel corso della guerra. Si narra infatti che la Madonna, quell'anno, sotto le vesti di una Dama Bianca deviasse con le mani le frecce dei nemici e coperto, con le sue vesti bianche, le mura rendendole invisibili. Nel 1294, secondo la tradizione, la Madonna apparve in sogno ad un frate dicendogli che era suo desiderio vedere sorgere, in quel posto, una chiesa a Lei dedicata. Disse anche che l’indomani avrebbe fatto volare sul terreno una colomba bianca, che con il suo volo, avrebbe segnato il perimetro della chiesa.

I Senatori e l’Arcivescovo, il giorno stabilito, videro volare a mezzogiorno, sopra lo stesso terreno, la colomba bianca per tre volte nel cielo, segnando con il suo volo il perimetro della chiesa. Per questo motivo il Senato messinese decise di comprare il terreno per erigere la chiesa, che appena costruita, fu intitolata alla Beata Vergine di Montalto ed affidata alle suore che, dopo il 1389, edificarono, accanto ad essa, un monastero ed introdussero il culto della Madonna di Montalto. Il complesso fu distrutto dal terremoto del 1908, ricostruito nel 1911 ed ampliato nel 1928. Nel 1929 la ditta incaricata con il bronzo ricavato dai cannoni catturati ai nemici nella guerra del 1915/18, realizzò ben 25 campane che potevano riprodurre qualsiasi suono. Al suo interno sono custodite opere degne di nota come il "Trono" in marmo della Madonna scolpito nel 1915 dal marmista Munaò; il tabernacolo in legno; la balaustra marmorea; due acquasantiere in marmo della fine del ‘700; una fonte battesimale in marmo scolpito da Diletti, con cupola in rame sbalzato lavorato nel 1965 da G.Catanzaro. Il prospetto è rivolto verso il mare e dalla piazza antistante la chiesa si può godere il panorama dello Stretto di Messina, lodato anche dal papa Giovanni Paolo II nel corso della sua visita alla città nel 1988. 

 


CHIESA SANTISSIMA ANNUNZIATA DEI CATALANI

 

La Chiesa SS. Annunziata dei Catalani fu costruita nella seconda metà del XII secolo, durante il periodo Normanno in Sicilia e fu edificata sulle rovine di un antico tempio pagano, si presume fosse dedicato a Nettuno. Vero gioiello dello stile arabo- normanno con meravigliosi elementi artistici bizantini ed anche arabi, è uno dei pochi grandi monumenti che hanno resistito alle devastazioni dei terremoti e alla furia delle bombe incendiarie degli eventi bellici, disastroso il danno artistico-architettonico procurato dagli americani nell'ultimo conflitto mondiale. Dell'originario impianto si ammira tutta la parte absidale, col transetto sormontato da una cupoletta dal tamburo cilindrico ad arcate cieche su piccole colonne e strette finestre, dai vivaci ed armonici motivi geometrici.

La chiesa, priva dell'originario patrimonio di opere d'arte, come del resto tutti i monumenti antichi di Messina, è una basilica a croce latina con tre navate che si trovano innestate su un transetto preceduto da archi. La facciata è composta di tre porte, sopra quella centrale si trova uno stemma catalano a forma di rombo, le due porte laterali, diverse da quella centrale, sono architravate. Nel sottosuolo vi è la cripta che si snoda sotto il transetto ed è costituita da più locali di cui il principale ha forma rettangolare con volta in muratura ed altare rustico.  Restaurata più volte nel corso dei secoli, sorge a una quota più bassa dell'odierno livello stradale evidenziando come, per l'ammasso delle macerie del terremoto del 28 dicembre 1908, la città fu ricostruita a una quota di qualche metro più elevata.

 


FONTANA ORIONE

 

La Fontana di Orione è un capolavoro dell’artista fiorentino Frà Giovanni da Montorsoli del 1547-1550, discepolo di Michelangelo, realizzò la mirabile scultura in onore al mitico fondatore di Messina, Orione che è sita a piazza Duomo. La fontana è adornata da figure mitologiche e la base appoggia su di un basamento di 3 gradini, mentre la parte inferiore è a base poligonale con delle vasche adornate da particolari mascheroni, che vengono riempite dall’acqua che fuoriesce dalle anfore rette dalle quattro statue nude poste sopra di esse. Le statue rappresentano i quattro 4 fiumi, Tevere, Nilo, Ebro e Camaro. Sotto ogni figura rappresentativa dei fiumi vi sono scolpite le varie leggende legate ad ognuno di esso.

Ad esempio sotto Camaro vi è una preziosissima raffigurazione di Messina nel 1500. Tale raffigurazione comprende anche una dama, che sarebbe Messina, mentre invita un uomo sdraiato ad entrare in città, tale uomo sarebbe Camaro. Negli otto angoli, in questa prima parte inferiore della fontana sono collocati 8 mostri marini con una coda di delfino ripiegata sulla schiena e sono un cavallo, una vacca, un cane, un leone, una leonessa, un grifone, una sirena ed una figura umana. Il pilastro che regge le vasche sovrapposte è riccamente adornato su tre ordini da tritoni, naiadi e putti.

Partendo dal basso negli spigoli del pilastro centrale sono raffigurate 4 sirene alate ed altri 4 tritoni inginocchiati che sorreggono la vasca superiore. Arriviamo così alla seconda vasca, dove vi sono 4 ninfe nude che sorreggono una terza vasca. Sopra la terza vasca si trova un gruppo di putti mentre cavalcano dei delfini. Essi sorreggono una sfera sulla quale si trova imponente la figura del mitico Orione. In cima al fusto portante si trova appunto Orione, fondatore della città di Messina, con uno stemma civico e vestito da guerriero. Ad i suoi piedi è scolpito il suo fedele cane Sirio. La fontana di Orione fu voluta dal Senato Messinese per celebrare la costruzione del primo acquedotto in città, che convogliava le acque di Bordonaro e Camaro. Il progetto iconografico fu fatto invece dall’illustre Francesco Maurolico.

 


IL CAMPANILE

 

Il campanile del Duomo di Messina contiene al suo interno l’orologio meccanico e astronomico più grande e complesso al mondo. L’Arcivescovo, Mons. Angelo Paino, nel 1930 si adoperò per la ricostruzione del campanile su progetto dell’architetto Francesco Valenti e fece elaborare un piano per la realizzazione di un orologio astronomico meccanico. L’incarico fu dato alla ditta Ungerer di Strasburgo, che lo realizzò dopo tre anni di lavoro, fu infatti inaugurato nel 1933, l’evento è ricordato da una lapide posta nel lato sud del campanile, ed è ancora oggi l’attrattiva principale della città.

Il meccanismo si muove ogni giorno alle 12 e dura 12 minuti, si tratta di un complesso sistema di leve e contrappesi che consente il movimento delle statue automi in bronzo che si trovano sulla facciata e che sono legate alle tradizioni civili e religiose della città, mentre ogni quarto d’ora durante la giornata si muovono le due eroine ai lati del gallo, Dina e Clarenza, che battono i quarti e le ore. Il campanile è visitabile all’interno e lungo il percorso delle scale è possibile ammirare le statue in bronzo e il complesso e ingegnoso meccanismo che consente il movimento dell’orologio. Il campanile del Duomo è alto 60 metri (la torre originaria era alta 90 metri), l'apice è composto da una cuspide quadrangolare, attorniata da altre quattro cuspidi più basse, che racchiudono i quattro quadranti delle ore, uno per ogni lato. I quadranti hanno un diametro di 2,4 m e sono posti in una zona in cui vi è una rientranza del campanile, tanto che attorno a essi vi è un terrazzino bel vedere, che è aperto al pubblico. Sotto i quadranti si posizionano a scendere le seguenti sette scene: il Leone, il Gallo con Dina e Clarenza e le campane dei quarti e delle ore, la Madonna della Lettera con l'angelo San Paolo e quattro ambasciatori messinesi, le scene bibliche (adorazione dei pastori, adorazione dei re Magi, resurrezione di Cristo, discesa dello Spirito Santo), la chiesa di Montalto, il decorso della vita umana e i giorni della settimana. Nel lato sud del Campanile, quello rivolto verso la facciata del Duomo, vi sono le rappresentazioni delle fasi lunari, il planetario e il calendario perpetuo. Subito sotto il belvedere vi è un leone, alto 4 metri, di bronzo dorato come tutti gli altri automi. Simboleggia la forza e la provincia di Messina. A mezzogiorno, dopo i rintocchi delle campane, inizia i movimenti agitando la bandiera alta 6,3 metri e muovendo la coda. Poi gira la testa verso la piazza e alzandola ruggisce per tre volte di seguito. I movimenti del leone sono garantiti da assi verticali e orizzontali, invece il movimento della bandiera è dovuto a una piattaforma girevole.

La bandiera non è quella originale, in quanto è stata oggetto, a fine anni '60, di un trafugamento da parte dei goliardi toscani per risposta a un’analoga azione di quelli messinesi. Sullo stesso piano del Leone si trovano otto campane. Sullo stesso piano si trovano il gallo, Dina e Clarenza. Il gallo è posto al centro ed è alto 2,3 metri e simboleggia il risveglio della coscienza. Quando il leone finisce di ruggire, il gallo inizia a battere le ali, a sollevare la testa e cantare chicchirichì per tre volte consecutive. Dina e Clarenza sono due statue femminili alte 3,1 metri e si trovano anche sullo stesso piano di due grandi campane. Hanno una mano alzata cui è legata una cinghia che aziona un finto batacchio, in sincronia con un martello che invece colpisce la campana. Dina e Clarenza sono due eroine che nel 1282, durante i Vespri Siciliani, salvarono la città dall’assalto notturno degli Angioini facendo rotolare dei sassi dalla cinta muraria e dando l’allarme con il suono delle campane. A sinistra si trova Dina e si mette in movimento, ruotando il torace di 75°, per il rintocco dei quarti d’ora sulla campana di sinistra, la quale risale al 1590. Clarenza è a destra e, con un analogo movimento a quello di Dina, a ogni ora attiva la campana di destra, datata 1679.

 


IL DUOMO

 

Il Duomo di Messina, conosciuto anche come la Basilica Cattedrale Protometropolitana dell’Arcidiocesi di Messina - Lipari  e Santa Lucia del Mela, è dedicato alla Madonna della Lettera. Sorge in pieno centro storico, su piazza Duomo dalla quale si possono ammirare la facciata e il campanile. La leggenda della Madonna della Lettera narra che San Paolo una volta giunto a Messina trovò un popolo molto favorevole alla conversione al cristianesimo. Quando Paolo stava per abbandonare queste terre alcuni di loro gli chiesero di poterlo seguire e conoscere Maria. Così una delegazione di messinesi si recò in Palestina dove conobbe Maria la quale scrisse un lettera in ebraico che termina con un “benedico voi e la vostra città”. Da allora a Messina il 3 giugno si festeggia la Madonna della Lettera. Le origini del Duomo risalgono al periodo normanno quando Ruggero I di Sicilia volle rifondarlo dopo che i saraceni lo avevano profanato. La consacrazione   avvenne nel 1197 con l’Arcivescovo Berardo. La prima distruzione è datata 1254 quando ci fu un violento incendio durante i funerali di Corrado IV. Dal 1300 cominciò un lento periodo di ricostruzione che terminò nel 1500. Durante questi duecento anni vennero introdotti diversi elementi decorativi come i mosaici, le decorazioni del soffitto, i portali, il rivestimento in marmo della facciata e l’imponente complesso dell’Apostolato, realizzato da uno dei discepoli di Michelangelo Buonarroti, Angelo Montorsoli che realizzò anche la fontana di Orione, all’esterno del Duomo.

La semplicità delle linee e la nobiltà del Duomo fu modificata con l’arrivo del barocco. Durante questo periodo furono aggiunti putti, festoni, diversi altari e stucchi. Dopo il terremoto del 1783 fu anche modificata la struttura sovrapponendo una cupola in legno all’incrocio tra la navata centrale e il transetto, mentre con il terremoto del 1908 crollò completamente. La ricostruzione  ebbe inizio durante gli anni venti, le opere d’arte sono state recuperate ma durante il secondo conflitto mondiale vi fu una nuova distruzione. La notte del 13 giugno 1943 Messina fu bombardata e il Duomo andò in fiamme. Dopo questa catastrofe restarono a testimonianza della Cattedrale soltanto alcune strutture perimetrali e del lungo restauro degli anni venti non restò quasi niente. Subito, per volere di Mons. Angelo Paino, si provvide alla ricostruzione e nell’agosto del 1947 la chiesa venne riaperta al culto da Papa Pio XII. Le statue e i marmi che si trovano adesso all’interno del Duomo sono delle pregevoli copie delle originali. Il 24 giugno 2011 la lapide dell’imperatrice Costanza di Altavilla è ritornata all’interno del Duomo dopo circa cento anni di assenza.

Oggi il Duomo di Messina è secondo per grandezza solo alla Cattedrale di Palermo. Nel descriverlo è d’obbligo partire dalla facciata, la parte inferiore è decorata con alcuni marmi policromi a tarsie mentre la parte superiore è tutta in pietra con tre monofore gotiche e un rosone. In corrispondenza delle tre navate interne vi sono tre portali in stile gotico, quello centrale caratterizzato da eleganti colonnine e ornamenti con motivi di santi risalente al XIV/XVI secolo e quelle laterali da alcune lunette con raffigurazioni di santi. I lati della Cattedrale presentano una doppia fila di finestre con merlature e cornici. All’interno della struttura sacra, divisa in tre navate, si trovano anche il transetto e tre absidi. Le tre navate sono divise da due file di tredici colonne che sorreggono degli archi a sesto acuto. I capitelli sono in cemento e sono una copia molto fedele degli originali andati distrutti. A metà della navata centrale c’è il pulpito decorato con ricchi arabeschi alla base e sul pilastro e il capitello vi sono i volti degli eresiarchi. Nelle navate laterali vi sono alcune cappelle tra le quali quella di San Giovanni Battista e tutta una serie di altari dedicati agli apostoli. Nella prima cappella della navata di sinistra si trova il Battistero all’interno del quale si trova un crocefisso settecentesco, alle spalle di una fonte battesimale. Nella parte del transetto si trova il monumento funerario di dell’Arcivescovo Guidotto de Abbiate e interessanti sono i rilievi che rappresentano l’Annunciazione, la Natività, la Flagellazione e la Crocefissione. L’abside è dedicata a San Placido, compatrono della città di Messina e assume anche la funzione di Cappella del Santissimo Sacramento e delle Reliquie. L’altare dell’abside presenta numerosi elementi ornamentali e al centro vi è l’immagine della Madonna della Lettera, patrona della città. All’interno del Duomo si trova anche un maestoso organo, il secondo più grande d’Italia, dopo quello all’interno del Duomo di Milano, e il terzo in Europa. Un’altra delle particolarità è il tesoro ovvero una raccolta di oggetti preziosi che si trovano al suo interno sin dal Medio Evo.

Il pezzo più prezioso del tesoro è la Manta d’Oro, una veste sacra con oro e argento, rubini e diamanti, zaffiri e altre pietre preziose, utilizzata per coprire le immagini sacre solo durante le grandi feste. Altri pezzi sono il Braccio reliquiario di San Marciano, primo vescovo di Siracusa, il Reliquiario di San Placido, risalente al XVI secolo, in argento massiccio, il Reliquiario del Sacro Capello di Maria del XIV secolo, contenente il capello con il quale, secondo la tradizione, la Madonna legò il rotolo della Lettera inviata ai messinesi, il Reliquiario di San Nicola, in argento a forma di braccio benedicente, del XV secolo, il Reliquiario di San Paolo, in argento, anch'esso a forma di braccio, risalente al XVII secolo, un Calice d'argento dorato del XIV secolo, un Calice d'argento dorato, dono dell'Arcivescovo mons. Filippo Crispo, una Pigna in cristallo di rocca e una lampada d'epoca araba che serviva per contenere le reliquie della Madonna durante le processioni.

 

 


MESSINA: LA STRUTTURA URBANISTICA

 

Messina, ricostruita nel XIX secolo dopo il terremoto del 1783 che la rase al suolo, e quasi totalmente distrutta da quello del 28 dicembre del 1908, tra gli anni Dieci e Trenta fu riedificata sulla base di un razionale piano regolatore. Durante poi la II guerra mondiale i furiosi bombardamenti del 1943 deturparono ancora una volta il volto di Messina che fu costretta ancora una volta ad una sofferta ricostruzione.  La città presenta un impianto urbanistico moderno, nel quale si incastonano le testimonianze architettoniche sopravvissute ai terremoti e ai bombardamenti. L'architettura della ricostruzione, dopo il sisma del 1908, è stata a lungo considerata come espressione di un'arte minore e priva di pregi. Oggi ci si rende conto che gli edifici in stile liberty o “eclettico” offrono testimonianza di una civiltà architettonica di tutto rispetto. Molti palazzi di via Garibaldi e corso Cavour, i villini Drago, il Palazzo di Giustizia, la Camera di commercio, il Municipio, la Galleria e la Dogana hanno un'alta dignità. D'altra parte gli architetti che lavorarono per la resurrezione di Messina, Basile, Coppedè, Piacentini e molti altri, furono tra i maggiori della loro epoca. Di Ernesto Basile si può ammirare l'edificio della Cassa di Risparmio, in via Garibaldi, col suo splendido salone in stile liberty. Tra i monumenti antichi, il più notevole è il Duomo, costruito in età normanna e consacrato, alla presenza dell'imperatore Enrico VI, nel 1197. Più volte distrutto e ricostruito, presenta un aspetto molto diverso da quello originale. La parte inferiore della facciata, caratterizzata da fasce policrome marmoree, risale al Tre-Quattrocento in uno stile tardo-gotico. Nell'interno, a pianta basilicale a T a tre navate, si ammira, fra l'altro, il monumento sepolcrale dell'arcivescovo Guidotto de Tabiatis di Goro di Gregorio (1333). Il Campanile, riedificato dopo il 1908, nel 1933 fu dotato di un congegno meccanico della ditta Ungerer di Strasburgo, contenente un calendario perpetuo, uno astronomico e rappresentazioni varie della vita storica e religiosa della città, che si muovono a mezzogiorno accompagnate da musica sacra. Nella piazza del Duomo si trova la fontana Orione, opera del Montorsoli (1547), e poco distante vi è la chiesa dei Catalani (secc. XII-XIV) e il monumento di Andrea Calamech (1572) a don Giovanni d'Austria, ammiraglio della flotta cristiana che, partendo da Messina, sconfisse a Lepanto i turchi nel 1571. Tra le altre testimonianze del passato, si possono ricordare la Chiesa di San Francesco, di cui rimangono le absidi, immortalate da Antonello nella “Pietà con tre angeli”, i resti della Chiesa di S. Maria Alemanna, mirabile esempio di stile gotico, San Giovanni di Malta, con la sua tribuna cinquecentesca, il Monte di Pietà e la fontana Nettuno di Montorsoli. Il teatro Vittorio Emanuele, di Pietro Valenti, fu edificato tra il 1842 ed il 1852, e venne gravemente danneggiato dal terremoto del 1908. Tra le molte chiese moderne si segnala il Tempio di Cristo Re, in stile  neobarocco inaugurato nel 1937 nel sito dove si trova il castello di Matagrifone. Nel circondario si trovano molti monumenti, il più importante è S. Maria della Valle (Badiazza), salendo verso i Peloritani. I superstiti tesori artistici della città sono conservati al Museo regionale, sorto nel 1914 sul viale della Libertà nei locali di un'antica filanda.

 


L'ARTE, LA CITTA' E I SUOI DUE MAGGIORI ARTISTI

 

Il genio di Antonello da Messina, tra i maggiori maestri del Quattrocento italiano e quello di Filippo Juvarra “primo architetto del Regno”, rappresentano al meglio lo spirito artistico messinese, in quanto essendo il patrimonio artistico di Messina, ridotto a pochi brandelli sottratti al terremoto del 1908 ed alla ricostruzione, la memoria di Messina nell'arte è affidata alla fama dei suoi due grandi figli: Antonello e Filippo Juvarra. Sin dal suo primo apparire sulla scena dell'arte Antonello si presenta con una connotazione inconfondibile che non la lascerà più, quali che siano gli incontri e le esperienze culturali che egli avrà e che lo cambieranno profondamente lungo il suo itinerario in quel secolo straordinario che fu il Quattrocento. L'opera più vicina agli anni giovanili di Antonello che ci sia pervenuta è una tavoletta di modeste dimensioni con una figura femminile a mezzo busto che tiene aperto tra le mani un libro, mentre due piccoli angeli sorreggono una corona tempestata di pietre preziose ed infiorata di gigli: una Santa Eulalia, secondo le prime interpretazioni, successivamente corretta in Vergine leggente. Stilisticamente questo quadro riprende moduli tardo-gotici e fiamminghi tutt'altro che inconsueti nell'area meridionale, ma c'è una fermezza nell'insieme, una sottigliezza nei particolari , una densità fisica e psicologica nella pittura che nascono dalla intensa percezione della realtà e di un dominio stilistico acutissimo. Antonello nasce da una famiglia popolana (il padre è maestro scalpellino, il nonno capitano di nave) intorno al 1430 a Messina, una piccola città di 25 mila abitanti aperta all'Europa attraverso il suo porto. Qui egli può recepire gli stimoli che accendono la scintilla del suo genio, ma non trova intorno a sé un ambiente capace di dargli la formazione di cui ha bisogno. Eccolo, dunque, a Napoli, nella bottega di Colantuono, ad imparare il mestiere in un ambiente permeato di influssi catalani e fiamminghi. Ma presto anche l'orizzonte napoletano si fa stretto per il giovane siciliano, che già nella fiammingheggiante crocifissione di Sibiu introduce un paesaggio arioso che fa pensare a Piero, anche se vi si identificano il porto di Messina e le isole Eolie. E presto arriva il tempo di una piena italianizzazione dei Antonello, che recepisce, traducendolo nel suo particolarissimo, registro l'influsso di Piero, e quindi della pittura veneta, da lui influenzata a sua volta. Ma l'intera vicenda artistica antonelliana si può considerare come una sorta di crocevia aperto a molteplici apporti puntualmente ricondotti ad una propria logica autonoma. Solarità e mistero, realismo e astrazione, tra questi poli l'arte l'arte di Antonello si svolge senza giocare sulla dialettica degli opposti, ma semplicemente ribaltando le antitesi l'una nell'altra. Cosa c'è di più vero e naturalistico del volto siciliano dell'Annunziata di Palermo? E cosa di più rigorosamente astratto della forma sfingea nella quale è incapsulato? E mentre tutto in quel quadro sembra esplicito e tangibile nella chiarità della luce, tutto si ritira verso l'ombra del fondo attraverso il gesto della mani che pone tra noi e quell'immagine una distanza incolmabile. Del resto, anche la “patetica” Annunziata di Monaco, con le mani incrociate sul petto ed ancora tremanti, con quella bocca appena dischiusa per la meraviglia, così apparentemente umana e fragile è, a ben vedere,lontanissima, persa dietro le insolidabili distanze cui si rivolge lo sguardo. E ci parla di un supplizio o di un nirvana il San Sebastiano di Dresda, legato alla colonna e trafitto da frecce, ma immerso nella luce estatica di un paesaggio urbano dove, si sarebbe tentati di dire, “tutto è lusso, calma, voluttà?”. Antonello, che pure ha certamente contribuito ad accendere il genio del Bellini durante il soggiorno veneziano, muore a Messina nel 1479 senza lasciare un'eredità che fruttifichi nella sua terra. La sua altissima lezione si scioglie nella grande pittura italiana del Quattrocento.

L'altra figura che, insieme ad Antonello, domina la storia artistica della città dello Stretto ed assume dimensione europea è quella di Filippo Juvarra. Juvarra nasce a Messina nel 1678, in un tempo nel quale il mestiere artigiano e la cultura artistica alta sono strettamente compenetranti. Egli proviene da una famiglia di argentieri e proprio nella bottega del padre muove i primi passi del suo apprendistato. Non fu difficile ad un esordiente di quel calibro varcare il confine assai labile, che collegava, più che separare, l'artigianato e l'architettura. La città in cui si svolgono le prime esperienze e l'iniziale approccio con la pratica dell'architettura di Juvarra è molto più strutturata urbanisticamente e molto più ricca architettonicamente rispetto a quella che quasi due secoli prima aveva visto i primi passi di Antonello. Vi aveva operato a lungo come scultore e come architetto il Montorsoli e dopo di lui il Calameo, il Gullì e sia pure episodicamente il Guarino. La materia di riflessione, di studio, di confronto non manca, le occasioni di lavoro neppure; ma il giovane Juvarra avverte che questo non può bastargli. Si trasferisce a Roma, dove nello studio del Fontana compie un nuovo e più qualificante apprendistato, ma soprattutto può studiare dal vivo i testi sacri dell'architettura classica, di Michelangelo e lo straordinario linguaggio “moderno” di quel tempo: il barocco di Bernini e di Borromini. Con questo bagaglio rientra a Messina, dove scatta la grande occasione della sua vita. Vittorio Amedeo II di Savoia, che aveva avuto il dominio della Sicilia dal trattato di Utrecht, è un uomo di gusto dalle idee chiare. Conosce Juvarra, vede la sue opere e lo assume come primo architetto civile del regno. Da quel momento sarà Torino il teatro principale di attività del grande siciliano. Siamo nel 1715, egli ha trentasei anni ed è nel pieno della sua maturità. Le forme dell'architettura scorrono fluide dalla sua matita con una naturalezza felice che concilia  l'irruenza espressiva barocca con l'equilibrio e la chiarezza della classicità. Nel nuovo contesto inizia a produrre una squenza straordinaria di capolavori. Le sue “fabbriche”religiose e civili muteranno il volto della città: Stupinigi, La Venaria Reale, Palazzo Madama, Palazzo d'Ormea, Sant'Uberto, il Carmine, San Filippo Superga, S. Croce. Quando Juvarra muore, nel 1736, all'età di cinquattonto anni, è un architetto di fama europea, ricercato dalle corti, celebrato dai trattati di architettura.

 

 


LA VARA

 

La Vara messinese dell'Assunta è una delle più celebri e antiche “machine” devozionali festive ancora esistenti in Europa. Essa rappresenta la sceneggiatura dell'Assunzione dell'Anima della Vergine in cielo mediante un complesso apparato sviluppato a piramide e mosso da diverse figurazioni, un tempo viventi, sul tema del teatro edificante delle rappresentazioni sacre che ebbe grande diffusione dal Medio Evo in poi. Si ipotizza la sua origine al 1535, come trasformazione della machina da Carro Trionfale laico in Vara devozionale per l'Assunta, dopo l'ingresso a Messina dell'imperatore Carlo V cui era stato dedicato il “carro”, probabilmente progettato da Polidoro Caldara da Caravaggio che aveva curato anche la realizzazione degli archi trionfali. La serie di movimenti simultanei costituisce uno degli elementi essenziali per la messa in scena di questa sorta di “teatro mobile”. Partendo dalla piattaforma del cippo, sulla quale è rappresentata la “Dormitio Virginis” (morte della Vergine), la cui bara era contornata dai dodici apostoli secondo la disposizione canonica delle pitture bizantine, la cosiddetta “koimesis toù theothòkou”, salendo sono raffigurati i sette cieli (il Paradiso) che l'anima della Madonna attraversa nella sua ascensione. Quindi, in aderenza alla concezione tolemaica dell'Universo – la Terra al centro e il Sole, la Luna e gli altri pianeti ruotanti in torno ad essa – il Sole e la Luna girano sorreggendo, nei rispettivi raggi più lunghi, fanciullini vestiti da angioletti. Ancora più su è ubicato il globo terracqueo con le stele fisse che sostiene altri angioletti (un tempo erano quattro, a simboleggiare le Virtù Cardinali) e al culmine la figura di Cristo che con la mano destra porge l'Alma Maria (l'anima della Vergine) all'Empireo, dove c'è la beatitudine e la diretta visione di Dio (“Ed ecco l'anima tornò al corpo di Maria e uscì gloriosamente dalla tomba, e così fu ricevuto nella camera celeste, e una grande compagnia di angeli con lei”). L'influenza della Divina Commedia di Dante, in tale complessa e colta raffigurazione scenica, è evidente e contribuisce ad avvalorare l'ipotesi di un intervento di Francesco Maurolico, dotto scienziato ed umanista messinese del Cinquecento. In origine tutte le raffigurazioni della Vara erano viventi ma, a poco a poco, dopo gli incidenti del 1661 e del 1783 e le vibrate proteste di intellettuali ed organi di stampa, i bambini viventi furono tolti nel 1866 e sostituiti da angioletti di legno e cartapesta. Anche l'uomo rappresentante Gesù Cristo e la giovinetta tredicenne impersonante la Vergine, ricordati dall'Houel nel 1776, furono sostituiti da statue lignee: scomparvero così anche l'antica tradizione del dialogo in dialetto fra il Cristo e la Vergine e la questua della ragazza che impersonava Maria, insieme alle orfanelle, vestita del costume indossato sulla Vara e con l'aureola in testa nei giorni successivi alla processione. Munita in origine d ruote, dopo il 1565 queste furono sostituite da scivoli in legno per consentirne il trascinamento sul selciato. E a tirare la Vara, mediante due lunghe gomene, è il popolo messinese, con l'azione congiunta di capicorda, vogatori, timonieri, macchinisti e comandante al grido di “Viva Maria!”.      

 


GRAN MIRCI

 

Sui cancelli d'ingresso dell'atrio principale a Palazzo Zanca è facilmente visibile l'iscrizione in bronzo "GRAN MIRCI" ripetuta cinque volte, una volta per ogni cancello. Questa epigrafe, radicata tra storia e tradizione nel secolare immaginario dei messinesi, affonda le proprie radici agli inizi del V secolo, quando Arcadio regnava sull'impero romano d'oriente, ed in particolare all'anno 407 d. C. per la spedizione messinese in terra calcidica. Nella primavera di tale anno Arcadio, già alle prese con una pericolosa instabilità politica, è chiamato a fronteggiare la ribellione di alcuni popoli sudditi di frontiera ed organizza l'esercito in Costantinopoli, dopo alcuni giorni di marcia tenta di sbaragliare i ribelli assedianti ma, per una serie di sfavorevoli circostanze, è costretto a riparare in Tessalonica finendo, a sua volta, assediato. Dibattuto tra carestia ed il rischio di epidemie ottiene a caro prezzo una tregua e, per ricevere soccorso, invia messi in ogni parte dell'impero chiedendo aiuti ed anche se questa possibilità è realmente esigua, la richiesta di aiuto giunge comunque a Messina dove il Consiglio della città, subito riunito da Metrodoro da poco eletto, vota il soccorso ad Arcadio. Lo stesso Metrodoro offre di armare a proprie spese quattro navi, Aristide cavaliere messinese arma due navi, la città di Messina a pubbliche spese ne arma sette, la città di Reggio una, la città di Siracusa tre, la città di Trapani una carica di frumento. In tutto diciotto navi e Metrodoro, comandante del naviglio, raggiunge Taranto aspettando il resto della flotta. Durante la navigazione gli si aggregano altre cinque navi che battono bandiera messinese due delle quali cariche di vettovaglie e una carica di vino. La battaglia navale si risolve a favore dei messinesi che si spingono fino alla spiaggia di Tessalonica dove assalgono e travolgono le truppe di terra dei Bulgari e degli Arcadi capitanati da Assiriello.

Si racconta che Arcadio, apprendendo la notizia della vittoria, dall'emozione ammutolì per tre giorni, lo stesso raggiunge Costantinopoli a bordo dell'ammiraglia capitanata da Metrodoro e concede all'esercito messinese l'esclusivo onore della presa del palazzo reale dove si era rifugiato il nipote Costanzo. Per manifestare la propria riconoscenza Arcadio è prodigo di spedizione e di privilegi alla città di Messina, tra questi in particolare, il diritto di fregiarsi dello stesso vessillo imperiale ovvero la croce d'oro in campo rosso e ordina altresì che sulla torre campanaria della basilica di Santa Sofia si murasse l'epigrafe scolpita su pietra "GRAN MIRCI A MESSINA". Sono state proposte diverse letture sul “GRAN MIRCI” che, oscurando l'epopea di Metrodoro, alludono ad altri momenti di storia cittadina. Si è fatto pertanto riferimento alla gratitudine dei francesi di Carlo d'Angiò a cui nel 1266 furono spalancate le porte della città o ancora alla riconoscenza di quegli stessi francesi, sedici anni dopo, risparmiati dai messinesi nella nota appendice alla saga dei “Vespri Siciliani” o alla più antica benevolenza, sempre francese, per le forniture di navi e gli appoggi logistici offerti da Messina nella circostanza di una delle prime Crociate. Sono queste attestazioni non documentate e comunque carenti di sostanziale bibliografia che alludono al tema dell'espressione “Grand Merci” tipica della lingua francese, ma comunque la chiave filologica della perifrasi “GRAN MIRCI A MESSINA” è spiegata nella stessa formula in lingua greca che gli storiografi hanno poi traslato nella nota versione latina. Il Mirci in oggetto non è un francesismo come diffusamente ritenuto ma la semplice lettura corretta del termine latino merces-edis (grazia, favore, premio, ricompensa) poi volgarizzato in tutti i vocabolari neolatini compresi quelli francese e italiano. 

 


PALAZZO ZANCA: CENNI SULLA STORIA DEL MUNICIPIO DI MESSINA

 

Il Senato di Messina, organo di sei membri che governava la Città, si trovava di fronte l'antica Cattedrale di Messina (San Nicolò dell'Arcivescovado) in un tratto dell'attuale via Garibaldi.  Vi entravano anche i mercanti per curare i loro affari. Alcuni storici invece sostenevano che la sede del Senato di Messina fosse in via Alemanna. Successivamente il Senato fu situato nel piano del Duomo presso la fontana di Orione, ma nel cinquecento si scelse una sede più importante al posto del monastero dell'Ascensione, che venne demolito. Nel 1602 fu costruito un nuovo Palazzo sulla strada della Marina, ma il terremoto del 1783 lo lesionò gravemente e fu abbattuto per essere rifatto nei primi decenni dell'Ottocento con due ingressi principali nelle vie Ferdinanda e della Marina, oggi rispettivamente Garibaldi e Vittorio Emanuele. Il terremoto del 28 dicembre 1908 distrusse il Palazzo devastato anche da un incendio. La prima sede in baracca del Municipio fu in via La Farina. Il 28 dicembre 1914 iniziarono i lavori del nuovo progetto realizzato dal palermitano Antonio Zanca affidati all'impresa D'Anna per un importo di 1.774.600 lire. La prima Guerra mondiale rallentò i lavori che si conclusero nel 1926. Il nuovo Palazzo Municipale occupava dodicimila metri quadrati ed era costituito da cinque padiglioni. Il primo si affacciava sulla piazza del Municipio, mentre gli altri quattro tra quelle che oggi sono via Consolato del Mare, piazza Antonello, corso Cavour e via San Camillo. Davanti al Palazzo furono collocate diverse lapidi a ricordo di eventi o personaggi importanti per la città di Messina. Sui cancelli in ferro battuto fu  inserita la scritta “Gran Mirci”.

 


IL CAMMELLACCIO

 

Popolarissima figura complementare alla passeggiata dei Giganti è il “Cammello”, o “Camiddu” o “Cammellaccio”, la cui presenza a Messina nelle feste di Mezzagosto è attestata già nel 1606 da Giuseppe Buonfiglio: scrive infatti l'erudito messinese che si tratta di una popolare celebrazione della vittoria ottenuta dal Conte Ruggeri, il quale, fugati i Mori, entrò trionfalmente a Messina con i suoi soldati bagordando e coi cammelli barbareschi carichi di spoglie. Analogo cammello rituale, anch'esso vorace ma con diverse motivazioni di nascita rispetto a quello messinese, è il “camiddu” di Casalvecchio Siculo che sfila accompagnato da tamburini e da un cammelliere durante la festa del patrono S. Onofrio. L'insaziabile fame e la irrefrenabile rapacità del cammellaccio divennero talmente proverbiali che un tempo a Messina di persona arraffatrice si era soliti dire: “Fa comu 'u camiddhu!”.

 


I GIGANTI

 

La città di Messina fa risalire la sua origine all'epoca favolosa dei “Giganti”. La leggenda narra che intorno al 965 un gigantesco moro di nome Hassam-Ibn-Hammar sbarcasse alla guida di numerosi pirati nelle vicinanze della città, iniziando a depredarla. Durante le sue scorrerie vide a Camaro la bella Marta (dialettalmente “Mata”) che era figlia di un non meglio identificato Cosimo II di Castellaccio e se ne innamorò perdutamente. I due però erano divisi dalla diversa religione e, ottenuto un secco diniego dai genitori alla sua richiesta di matrimonio, Hassam decise di rapirla. Inutilmente cercò in tutti i modi di essere ricambiato del suo amore: Mata cedette soltanto quando il saraceno ricevette il battesimo e cambiò il nome in Grifone. Abbandonata la spada, si dedicò esclusivamente all'agricoltura, sposò la bella cammarota e fondò con lei la città di Messina. Secondo la versione storica, invece, i Giganti sono figure allegoriche che ricordano un importante episodio avvenuto a Messina al tempo di Riccardo I duca di Normandia e re d'Inghilterra, meglio conosciuto col soprannome di “Cuor di Leone”.

Il sovrano si trovava a Messina, in occasione della Terza Crociata, dal settembre 1190 all'aprile 1191, in un periodo in cui i greci erano potentissimi e angariavano i messinesi. Malvisti da Riccardo, furono da esso osteggiati e durante il suo soggiorno messinese egli riuscì a fiaccarne l'orgoglio facendo costruire sulle alture della città un'imponente fortezza, dominatrice e intimidatrice dei greci: non a caso il castello ebbe il nome di Matagriffone (oggi Tempio-Sacrario di “Cristo Re”). L'allusione del nome è evidentissima, derivando Mata dal latino “maetare” (ammazzare) mentre griffoni erano detti nel Medio Evo e specialmente a Messina i greci. Osservando le teste dei Giganti, si colgono in quella di Mata le espressioni di dominatrice e trionfatrice, simboleggiate dal serto di alloro tra i capelli e la messinesità sottolineata dal castello a tre torri (Matagriffone, Castellaccio e Gonzaga), mentre la testa di Grifone evidenzia i capelli incolti, la folta barba, lo sguardo truce e l'aspetto arcigno e selvaggio. I Giganti, oltre che coi nomi di Mata e Grifone, sono identificati con altri personaggi e ciò si inquadra in quell'ottica municipalistica di conferire antica nobiltà alla città, soprattutto nel XVI secolo. Nella versione di Cam (figlio di Noè e i cui discendenti popolarono l'Africa) e Rea (la magna mater greca), l'unione dei nomi porterebbe addirittura al toponimo di Camaro (“i Cammari” nella forma dialettale).

Non si conosce la data della prima costruzione dei due Giganti, ma dalle fonti scritte e dai documenti si apprende che lo scultore fiorentino Martino Montanini realizzò nel 1560 la statua di Grifone, con la testa e le braccia mobili. La Gigantessa, invece, venne completamente rifatta dopo il terremoto del 1783 che distrusse l'antica (la testa era stata modellata dallo scultore Santi Siracusa nel 1709), ed entrambi i Colossi, nel 1723, assunsero l'attuale posizione equestre con cavalli realizzati da Eutichio mastro Paolo (prima di ciò non montavano cavalcature ed erano simili ad altri Giganti nati sotto l'influsso di quelli messinesi: i Giasanti di Mistretta e quelli di Palmi,  per esempio). Ulteriormente danneggiati dal sisma del 1908, furono restaurati nel 1926 dai palermitani Salvatore Profeta e Vincenzo Santilli con la consulenza del La Corte Cailler. I vestiti furono confezionati dal sarto messinese Salvatore Palumbo. Ancora danneggiati dai bombardamenti della seconda guerra mondiale, nel 1951 furono sottoposti a rifacimenti da parte del prof. Michele Amoroso con la consulenza storica di Domenico Puzzolo Sigillo e la collaborazione del plastificatore Serafino Coco, del carpentiere Amato, del fabbro Scardino, del capocantiere Crifò e del meccanico Basilio Lo Re. La testa di Mata, già rifatta dal prof. Amoroso, nel 1958 venne sostituita dall'attuale scolpita dal giarrese Mariano Grasso e dipinta dallo stesso prof. Amoroso. La testa di Grifone, invece, è quella originale cinquecentesca del Calamech. Altri restauri risalgono al 1984 e al 1986, effettuati dalla ditta Prizzi di San Cataldo e su progetto dell'arch. Rodolfo Santoro.

 


MESSINA: I PRIMI INSEDIAMENTI UMANI

 

Una leggenda nata nel sedicesimo secolo vuole che Messina sia stata fondata da un giovane di pelle nera, Grifone, che, arrivato dall'Africa sulle rive dello Stretto, si sarebbe unito con una donna bianca delle sue stesse dimensioni, Mata, e avrebbe creato la prima colonia messinese. Altre leggende raccontano di Nettuno che con un colpo di tridente separa l'isola dal continente, e di Saturno, che lancia dall'alto la sua falce, creando il porto di Messina e fonda il primo nucleo abitativo peloritano. Ma in realtà, anche se insediamenti umani esistevano dove oggi sorge Messina da tempo immemorabile, si può cominciare a parlare di agglomerato urbano a partire dall'ottavo secolo avanti Cristo, quando un folto gruppo di greci calcidesi vi si stabilì e chiamò la nuova città Zancle, falce , dalla forma del suo porto naturale. Da allora, Messina conosce innumerevoli dominazioni che si protraggono per centinaia di anni. I dominatori sono greci, mamertini, romani, bizantini, arabi, normanni, svevi, angioini, aragonesi, castigliani, spagnoli, asburgici, ancora spagnoli e borboni.

Sono secoli in cui Messina si espande, diventa veramente città, tra le più importanti del mondo occidentale di allora, si arricchisce di palazzi, di monumenti, di attività economiche ampiamente remunerative. E' favorita dai normanni e dagli svevi, che le concedono numerosi privilegi. Gode di ampia autonomia, batte moneta, usufruisce di un porto franco frequentato abitualmente dalle navi mercantilidi tutto il mondo, e gareggia con Palermo per il primato nell'isola. Fonte della sua ricchezza è soprattutto il porto. E non a caso Messina viene scelta dall'intera cristianità perché nel suo porto si concentri la potente flotta che il 17 ottobre 1571 avrebbe sconfitto i saraceni nella battaglia navale di Lepanto. Da lì partono le galee pontificie, la flotta veneziana, l'intera armata spagnole, le navi genovesi,napoletane, palermitane, dell'Ordine militare di Malta, tutte guidate da don Giovanni d'Austria. E lì ritornarono per i solenni festeggiamenti dopo la vittoria. Tra gli spagnoli che hanno preso parte alla battaglia c'è un giovane che era stato ferito ad una mano da un colpo di archibugio e che a Messina subisce l'amputazione dell'arto. Si chiama Miguel Saavedra de Cervantes e qualche anno dopo scriverà il “Don Chisciotte”. Ma Messina, negli ultimi trecento anni, è vittima di tre eventi disastrosi che la privano di gran parte delle ricchezze. Il primo è una vendetta, consumata dagli spagnoli. Nel 1674 la città si ribella alla dominazione iberica e chiede protezione al re di Francia. In un primo tempo Luigi XIV, il re Sole, accetta l'invito e manda le sue navi a difesa della città. Ma nel 1678 stipula con il re di Spagna la pace di Nimega e abbandona Messina al suo destino. Ritornano gli spagnoli e la repressione voluta Di nuovi vicerè , il conte de Bonavides, è inesorabile. Ogni autonomia è abolita, il Senato cittadino è raso al suolo, l'Università, la Zecca, e il porto franco vengono chiusi, i ribelli, i loro familiari e amici sono imprigionati o uccisi, le biblioteche devastate, i libri e i documenti più preziosi trasportati a Madrid, inasprite le tasse e imposta la dogana su ogni merce. Ne segue un vero e proprio esodo di gran parte della popolazione e l'indebolimento delle principali attività economiche, a cominciare da quelle portuali e della lavorazione della seta.

Il secondo evento tragico è il terremoto del 5 febbraio 1783. La città ne è sconvolta. Crollano il campanile del Duomo, il palazzo reale, la lunga serie di edifici collegati che si estendevano per oltre un chilometro lungo la cortina del porto e che prendevano il nome di “Palazzata”, l'Arcivescovado, il “Teatro marittimo”, gran parte delle abitazioni e dei monumenti cittadini. Scompare del tutto il quartiere degli artigiani. E tuttavia Messina risorge, anche se molti elementi che avevano caratterizzato la vita della città fino a quel momento erano stati cancellati per sempre. Ma 125 anni dopo, alle 5.20 del 28 dicembre del 1908, l'evento più catastrofico. Ancora un terremoto che sorprende nel sonno gli abitanti di Messina. Questa volta la distruzione è totale. Il numero dei morti non è mai stato accertato con precisione, sessantamila secondo alcune stime, ottantamila secondo altre. E lo spettacolo che si offre ai primi soccorritori marinai italiani, russi, americani, è tremendo. Sbarcano a terra con difficoltà, tra le rovine della cortina del Porto. E trovano soltanto macerie, cadaveri, feriti e ustionati dagli incendi che si propagano dappertutto dopo le scosse telluriche, scene di disperazione e superstiti inebetiti. Giorni dopo, quando si comincia a fare un bilancio della tragedia, c'è chi propone addirittura che ciò che resta di Messina sia fatto saltare con la dinamite e che la città sia edificata altrove. Lentamente nasce un'altra realtà urbanistica, più o meno quella che conosciamo adesso, anche se i bombardamenti americani del '43 e la speculazione edilizia degli anni '50 hanno inferto gravi colpi al tessuto urbano. Della vecchia Messina, però, resta quasi nulla. Ora è una città con pochi ricordi tangibili del passato, che trae le sue risorse economiche soprattutto dal terziario. Una città gradevole soprattutto per il suo ambiente naturale, tra i più suggestivi al mondo.

 


''MESSINA LA BELLA REDIVIVA''

 

Messina, la città dello “Stretto” drammaticamente segnata dai terremoti e ogni volta risolta dalle sue stesse macerie, conserva ancora segni e tradizioni delle tante culture lasciate dai mitici fondatori e dalle varie civiltà che si sono succedute alla guida della città, dai Messeni ai Greci, dai Romani ai Normanni. Anche l'abitato ha comunque saputo conservare l'inconfondibile fascino che conquistò personaggi come Berenson, De Amicis e Vittorio Amedeo II di Savoia. “A vedere quei monti che facevano bellissima cornice e il Teatro del porto indorato dai raggi del sole”, Vittorio Amedeo II di Savoia “restò sorpreso, in guisa che, passato nella stanza della regina, le fé osservare con piacere prospettiva cotanto maestosa”. Così racconta un'antica cronaca l'incontro con Messina del duca sabaudo, momentaneamente insignito del titolo di re di Sicilia. Vittorio Amedeo si fermò più del previsto e volle assistere alla festa della Sacra Lettera, cerimonia che si ripete anche ai nostri giorni, per celebrare il “miracolo del sacro testo”, fatto pervenire, secondo la credenza popolare, dalla Madonna della città. Siamo nel mese di agosto del 1713. Messina vive giornate di grande sfarzo, il porto brulica di vita per la presenza di navi di tutte le nazioni. “Talmente il re si era invaghito che usciva a pie' dal palazzo reale, seguito dalla nobiltà e numerosa corte, e passeggiava per il Teatro della marina, con gusto indicibile, trattando familiarmente ognuno.

Facendo un salto di quasi due secoli vediamo come si offre la città allo scrittore Edmondo De Amicis che comincia il suo viaggio in Sicilia: “Messina si era innalzata su per i colli che le sorgevano dietro, allungando le sue grandi ali bianche lungo il mare fino a perdita d'occhio”. Di questo tessuto urbanistico, d'insolita bellezza, la fila degli aristocratici palazzi costruiti lungo il porto, il Teatro marittimo, come veniva chiamato, era senz'altro l'esempio più mirabile. Ma oggi è impossibile coglierne la presenza, tra l'incanto del mare e la cornice sinuosa dei monti. Restano soltanto vecchie foto e stampe, perché il terremoto del 1908 distrusse interamente la città, radendola al suolo. Ricostruita dapprima in baracche, Messina è nata come città moderna dopo il 1928. Graziosa e vivace. Ariosa per le sue strade lunghe e larghe, come vogliono le precauzioni antisismiche. Brillante di negozi eleganti. Profumata di pasticcerie che offrono dolci siciliani e gelati e granite d'armoniosa delicatezza. Ma spezzata a metà per la perdita della sua memoria storica. E' comprensibile che quelli che, come Berenson, vi scesero alla fine del passato secolo, quando tornarono a vederla, dopo il terremoto, non la riconoscessero più. Allora molti pensavano che il suo declino fosse inarrestabile, che dovesse ridursi a una semplice testa di ponte della linea ferroviaria, per assicurare le comunicazioni con il Continente. Ma le città decadono e muoiono quando cessano le condizioni di carattere economico, demografico, culturale che ne hanno provocato la nascita. E non era questo, evidentemente il caso di Messina. Tutta la storia della “bella rediviva” è, del resto, un alternarsi di fortune e disgrazie. Nel Seicento conobbe il periodo di maggiore splendore, governata da una ricca borghesia, garantita da privilegi che ne facevano quasi una repubblica indipendente, arricchita dal commercio della seta, fino al punto di affiancare e superare Palermo nella gara per la supremazia dell'Isola. E' in quegli anni che si consolida l'armoniosa bellezza del suo tessuto urbanistico, caratterizzato in particolar modo dall'elegante cortina di palazzi lungo il porto, immagine di agiatezza e insieme di ricchezza culturale. 

Ma la rivolta del 1674 contro il regime spagnolo, pur sostenuta da molte buone ragioni, si rivelò scelta azzardata, per l'inaffidabilità dell'alleato francese, che la lasciò sola a difendersi. Per due anni resistette all'assedio della flotta spagnola decimata anche da pestilenze e carestie. Gli storici dell'epoca scrissero di “finis Messanae”, perchè gli spagnoli, quando la conquistarono, abolirono tutti i privilegi di cui godeva da cinque secoli, e soppressero Senato, Università e Zecca. Eppure, la ripresa non tardò a venire. Bruscamente interrotta nel 1783, quando la città fu colpita dal “gravissimo flagello” del primo terremoto, “divenuto più crudele per lo spaventoso incendio che seguì”. Molto andò distrutto. Furono gravemente danneggiati la Palazzata lungo il porto e il maestoso Duomo medievale. Ma rinacquero, ricostruiti secondo l'antico stile, senza turbare il vecchio tessuto urbanistico. Esprimere una produzione architettonica che riecheggiasse il passato fu invece impossibile dopo la catastrofe del 1908. Anche se molti palazzi sono stati rifatti e il Duomo è stato per la seconda volta ricostrutito, copiandolo dall'antico fin nei minimi particolari. La ragione principale è che sotto le macerie finì anche la parte più cospicua di quel nobilato mercantile e di quell'aristocrazia agraria che avevano saputo coniugare l'agiatezza con il buon gusto, e di cui fu simbolo il Teatro marittimo. 

La nuova Messina brilla nel commercio e nelle professioni, ma ha un tasso di vita tutto sommato più semplice e uniforme. Ciò non toglie che la città mantenga un fascino inconfondibile, che si avverte quasi fisicamente. Circondata in altura da una via panoramica, si spalanca sul mare profondo dello Stretto, dominata dall'alto dalla statua della Madonna del Porto. Su queste acque, di un colore violetto, si continua a pescare il pescespada. Seguendo la strada del mare, decorata di palme, andando verso il Faro, si incontrano i villaggi Paradiso, Contemplazione e Pace, che già nel nome rivelano contrade di tranquilla bellezza. Un panorama di continue suggestioni accompagna lungo le coste, sospese sulle alture, da una parte Taormina, dall'altra Tindari e le Eolie. E' rara una città che trovi intorno a sé una così grande riuscita della natura.